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Il supplizio di Beatrice Cenci
di Assunta Borzacchiello
I
FATTI
Correva
l’anno 1599, in una Roma giunta all’apice
dello splendore, grazie ai papi mecenati che avevano
reclutato i più grandi artisti per rendere
splendida la città eterna, si celebrò
uno dei processi più famosi della storia. Protagonista
della vicenda fu una giovane romana di ventitre anni,
Beatrice Cenci, la cui figura, narrata da grandi scrittori,
tra cui Stendhal, e storici e immortalata nel celebre
dipinto attribuito a Guido Reni, ha oltrepassato la
storia per entrare a far parte della leggenda.
I fatti si svolsero tra la residenza romana dei Cenci,
nella piazza a ridosso del Ghetto, e la rocca di famiglia
di Petrella Salto, in territorio abruzzese. Francesco
Cenci, padre di Beatrice e di quattro figli maschi,
Rocco e Cristoforo, uccisi nel corso di risse, Giacomo
e Tommaso, era proprietario di numerosi latifondi
nell’Agro Romano e di un ricco patrimonio accumulato
in gran parte illecitamente e sperperato tra debiti
e pagamento di ricatti per le pesanti accuse di reati.
Francesco Cenci era un uomo brutale, violento e sadico,
dedito a comportamenti turpi fin dalla prima giovinezza,
vero incubo per i familiari e per i servi costretti
a subirne i comportamenti violenti, subì numerosi
processi, tra i quali uno per l’accusa di sodomia.
In seconde nozze Francesco aveva sposato Lucrezia
Petroni Velli, vedova e madre di tre figlie, vittime
anch’esse del violento capo famiglia.
Segregate prima nel palazzo romano e poi nella rocca
di Petrella, Beatrice e Lucrezia conducevano una vita
di stenti e di privazioni. Alla rocca le due donne
potevano contare sull’aiuto del castellano Olimpio
Calvetti che, pare, fosse innamorato di Beatrice.
Francesco Cenci aveva raggiunto le donne nella rocca
di Petrella e qui, la mattina del 9 settembre 1598,
era stato trovato morto, nell’orto sottostante
la rocca, con il cranio sfondato trapassato da una
canna di sambuco. La versione della caduta accidentale
dal balcone, fornita dai familiari, non risultò
credibile, il sopralluogo effettuato dagli inviati
di papa Clemente VIII subito dopo la morte di Francesco
Cenci, mise in evidenza che il corpo era freddo e
non vi erano tracce di sangue sul terreno che, invece,
avrebbe dovuto spargersi copiosamente dalle ferite.
Impregnati di sangue, invece, erano il materasso e
le lenzuola del letto di Francesco, il che lasciava
facilmente supporre che la vittima fosse stata colpita
nel suo letto e, successivamente, fatta precipitare
dal balcone.
Gli indizi diventavano prove e la testimonianza di
un contadino di Petrella, Marzio Catalano, mise a
segno un colpo decisivo per l’accusa. Catalano
confessò di avere partecipato al delitto, deciso
dai Cenci per l’atmosfera di controllo ossessivo
e violento che la vittima esercitava sui familiari
e su tutti coloro che entravano nella sua orbita.
Catalano diede la sua versione dei fatti dichiarando
ai giudici che, a causa delle vessazioni che subiva,
Beatrice gli aveva chiesto di trovare qualcuno disposto
ad uccidere il padre. Fu Olimpio Calvetti a chiedere
l’appoggio di Giacomo per eseguire l’omicidio
del padre. Scartata l’ipotesi dell’agguato
da parte di banditi e dell’uso del veleno nel
cibo, perché Francesco pretendeva che Beatrice
mangiasse e bevesse il suo stesso cibo, si decise
di colpirlo nel suo letto. All’alba del 9 settembre
1598, secondo la testimonianza di Catalano, Olimpio,
Beatrice e lo stesso Catalano si recarono nella camera
da letto di Francesco. I due uomini colpirono la vittima
con un pesante martello che gli sfondò il cranio,
mentre Beatrice apriva la finestra. Poi, sollevato
il corpo, lo fecero precipitare di sotto, nell’orto.
La confessione di Marzio Catalano fu ottenuta dai
giudici senza ricorrere alla tortura: bastò,
infatti, che l’uomo venisse portato nell’aula
dei tormenti e messo davanti agli strumenti per ottenerne
la piena confessione. Olimpio Calvetti, invece, già
ricercato per un altro omicidio, si era dato alla
fuga e fu ucciso mesi dopo in un agguato.
IL
PROCESSO E LA TORTURA
La causa criminale fu affidata al giudice del tribunale
vicario Ulisse Moscato. Il 6 febbraio 1599 Beatrice
e Lucrezia furono condotte da palazzo Cenci nelle
prigioni di Castel S. Angelo. Qui furono messe a confronto
con Marzio Catalano e assistettero all’interrogatorio
per tortura cui i giudici sottoposero l’uomo
per convincere le due donne a confessare, ma Lucrezia
e Beatrice negarono ogni responsabilità per
la morte di Francesco Cenci. Le testimonianze raccolte
dai giudici bastavano per mandare a morte gli imputati,
ma la confessione dei rei era indispensabile per ottenere
la certezza della colpevolezza e per la salvezza delle
anime dei condannati. Sottoporre i Cenci a tortura,
però, non era possibile senza il Motu proprio
del Papa. I Cenci erano di condizione sociale elevata
e sottoporre al tormento gente del loro rango richiedeva
un intervento diretto del Papa il quale, il 5 agosto
1599, emanò il Motu proprio Quemadmodum paterna
clementia. L’atto papale fu recapitato al governatore
di Roma Ferdinando Taverna, che a sua volta lo consegnò
all’istruttore Ulisse Moscato, dottore in legge
e luogotenente nelle cause criminali. Il Motu proprio
dava piena facoltà al giudice di sottoporre
a tortura Giacomo, Bernardo, Beatrice e Lucrezia Cenci.
Il 7 agosto Giacomo fu il primo degli imputati ad
essere sottoposto a tortura, e confessò dopo
il primo interrogatorio; Bernardo, che all’epoca
dei fatti aveva solo dodici anni, fu rinchiuso a Tordinona,
e qui posto innanzi alla Corte. A differenza del fratello
maggiore, egli non solo negò di aver partecipato
al delitto, ma cercò di scagionare anche il
fratello che lo aveva invece accusato ventiquattro
ore prima.
Anche per Lucrezia giunse l’ora della tortura,
fino a quel momento lei e Beatrice ancora non erano
state sottoposte ai tratti di corda, ma la tenacia
con cui Lucrezia respinse le accuse indispettì
il Moscato il quale ordinò che la donna venisse
legata alla corda. L’inquisitore provò
ancora una volta a ottenere la confessione della donna
prima di ordinare di sollevarla. Lucrezia continuò
nel suo ostinato silenzio e allora fu dato il via
al sollevamento. Lucrezia era piccola di statura,
e dopo alcuni istanti di silenzio cominciò
a urlare, a invocare Gesù, implorò di
essere rimessa a terra e diede la sua confessione,
addossando a Beatrice tutta la responsabilità
per la morte di Francesco Cenci. «Beatrice ha
ordito tutto, confessò, e nessuno ha saputo
sottrarsi alla sua volontà». Poi fu il
turno di Bernardo, risparmiato dai tormenti data la
giovane età, che confermò quanto detto
nei precedenti interrogatori.
Beatrice, identificata come l’ispiratrice dell’omicidio,
fu l’ultima ad essere sottoposta all’interrogatorio
per tormenta. Nel pomeriggio del 10 agosto, Beatrice
fu condotta a Corte Savella, un po’ risollevata
perché il celebre giureconsulto Prospero Farinaccio
aveva accettato di difenderla. Le si contestarono
le accuse rivolte dal Catalano, da Lucrezia, da Giacomo,
ma Beatrice mantenne l’atteggiamento sdegnoso
mostrato per tutta la durata del processo. Negò
di essere stata maltrattata e picchiata dal defunto
padre, negò la storia del veleno e negò
anche di aver conosciuto Marzio Catalano, nel disperato
tentativo di allontanare da sé i sospetti di
essere stata spinta ad ordire il parricidio per l’odio
che portava nei confronti del padre. Al fine di convincere
Beatrice a dire la verità, Giacomo e Bernardo
furono ricondotti al cospetto della sorella e qui
sollevati con la corda e straziati.
Fu dato quindi ordine che anche Beatrice fosse legata
e sollevata: la giovane porge le braccia, il tempo
di recitare un’Avemaria ed ecco che Beatrice
implora i torturatori di calarla giù perché
vuole dire tutta la verità. Ella sa che a nulla
serve resistere ai tormenti perché decisive
sono state le confessioni degli altri. Beatrice con
mano dolorante sottoscrive la sua confessione.
In attesa della sentenza i due maschi di casa Cenci,
Giacomo e Bernardo, furono messi alla larga di Tordinona,
mentre Beatrice e Lucrezia alla larga di Corte Savella,
dove ancora cercarono di salvarsi cercando nuovi testimoni,
difensori e implorando il papa e il potente cardinale
Aldobrandini.
LA
CONDANNA
Ma a nulla servirono le testimonianze a favore dei
Cenci che evidenziavano la brutalità della
vittima e adombravano il presunto incesto, peraltro
mai provato, ai danni di Beatrice. Gli imputati, rinchiusi
a Tordinona e a Corte Savella, forse non avevano abbandonato
la speranza di aver salva la vita la sera del 10 settembre
1599 quando, consumata la cena, si alzarono da tavola
per inginocchiarsi e recitare le preghiere. La sentenza
fu portata nelle due carceri ma non fu subito resa
nota ai quattro prigionieri. Francesco Cenci, la vittima,
era descritto come miserrimum patrem et infelicissimum
maritum. La giustizia papale puniva i colpevoli dell’omicidio
di Francesco Cenci con una pena esemplare affinché
altri non avessero a ripetere un simile atto, che
pure, proprio nei giorni del processo, si era verificato
ai danni di altre vittime. Giacomo, Beatrice e Lucrezia
furono condannati a morte e Bernardo, data la sua
giovane età, ebbe salva la vita seppure i cambio
di una pesantissima punizione.
La sentenza dispose che Giacomo, il figlio maschio
e assassino, fosse condannato ad essere menato sopra
il carro per Roma e condotto al luogo del supplizio,
mentre ferri infuocati attanagliano le sue carni.
Alle venti e trenta (due di notte secondo il conto
delle ore fatto all’epoca) del 10 settembre
1599 i confratelli della Misericordia o di San Giovanni
Decollato della Nazione Fiorentina, furono chiamati
d’urgenza «che la mattina seguente si
doveva far giustizia di alcuni nel carcere di Tordinona
e di Corte Savella». Tre ore dopo i confortatori,
il cappellano e il sagrestano si ritirarono in preghiera
nell’Oratorio, vestirono le loro cappe, presero
lanterne e tavolette col crocifisso e si avviarono
a gruppi verso le due prigioni. Giunti sul posto portarono
agli ignari prigionieri notizia del loro crudele destino
e, per un drammatico equivoco, lo stesso Bernardo
fu svegliato dai confratelli che ancora ignoravano
che il giovane Cenci era stato graziato dalla condanna
a morte. I quattro Cenci ascoltarono la messa nelle
rispettive celle, Beatrice, rassegnata al crudele
destino, si preparò alla buona morte dichiarando
di essere contenta di morire e raccomandando l’anima
al Signore. Infine dettò le sue ultime volontà
chiedendo di essere seppellita a San Pietro in Montorio
e scongiurò che si desse esecuzione al suo
testamento, ancora ignara che la condanna prevedeva
la confisca di tutti i beni dei Cenci.
IL
SUPPLIZIO
La mattina dell’11 settembre 1599 Giacomo e
Bernardo furono portati sul carro che da Tordinona
li avrebbe condotti sulla piazza di Castel S. Angelo,
luogo delle esecuzioni. Il carro percorse via dell’Orso
e via del Giglio, passò per Sant’Apollinare,
Tor Sanguigna e Pasquino, dinanzi Corte Savella e
proseguì per il Palazzo della Cancelleria.
Entrato poi a piazza del Duca (oggi Piazza Farnese)
proseguì per via di Santa Maria di Monserrato
per fare una sosta alle carceri di Corte Savella.
Lucrezia e Beatrice furono fatte scendere e portate
innanzi al carro. Il corteo proseguì ancora
per Monserrato, Banchi (oggi via dei Banchi Vecchi)
e San Celso, allora le vie più popolose di
Roma. Ai lati del corteo si aprivano ali di folla
che seguivano il corteo dai balconi dei palazzi, dai
cigli delle strade. Beatrice, dritta e impassibile,
si avviava verso la morte, mentre la folla sempre
più numerosa era preda di un delirio collettivo
e di una curiosità mista a pietà verso
Beatrice, molti salivano sui parapetti del ponte,
cadevano in acqua, alcuni annegarono.
La folla tacque quando all’imbocco di San Celso
apparve il corteo con a capo Beatrice e Lucrezia.
Poi apparve anche Giacomo, con le carni straziate,
infine Bernardo. Insieme assistettero alla messa e
si salutarono per l’ultima volta. Il primo a
salire sul palco fu Bernardo, il fratello più
giovane, completamente estraneo ai fatti, ma pericoloso
testimone e presumibilmente erede di quello che restava
del patrimonio Cenci. Bernardo fu condannato ad assistere
al supplizio dei suoi familiari, fu quindi inviato
in carcere per un anno e alla scadenza di questo condannato
a vita alle galere. Fu quindi la volta di Lucrezia
che, già priva di sensi, fu distesa sulla panca,
un attimo e la mannaia le recise la testa.
Ecco Beatrice, la folla mormora, si odono singhiozzi,
la fanciulla poggia la testa sulla tavola e sul suo
collo scende la lama affilata della spada del boia.
Bernardo non regge a uno spettacolo tanto crudele
e sviene, quando riprende i sensi è sconvolto
e scosso da un pianto disperato. Arriva Giacomo, il
corpo scoperto e straziato, grida ancora l’innocenza
di Bernardo, poi reclina il capo sul ceppo, per lui
la morte arriva da un colpo di mazza deciso che gli
sfonda il cranio.
I corpi senza vita, quel che restava di quei corpi,
rimasero esposti alla vista del popolo fino alle 23,
poi i confratelli di San Giovanni Decollato ricomposero
i poveri resti di Giacomo e li portarono nella loro
chiesa per consegnarli ai parenti che, rispettando
le ultime volontà del morto, lo seppelliranno
nella chiesetta di San Tommaso dei Cenci. Il corpo
di Lucrezia fu consegnato alla famiglia Velli. Il
cadavere decapitato di Beatrice, secondo i testimoni,
ricevette gli onori dal popolo che lo portò
in processione per via Giulia, Ponte Sisto, proseguendo
per la via boscosa del Gianicolo che conduceva alla
chiesa di San Pietro in Montorio dove i confratelli
delle Sacre Stimmate e il confessore di Beatrice calarono
il corpo della giovane in un loculo dell’abside.
LA
LEGGENDA CONTINUA
La storia o la leggenda narrano che Beatrice subì
un ultimo oltraggio: correva l’anno 1798 e Roma
era occupata dalle truppe repubblicane francesi, il
generale Berthier, comandante il Corpo d’occupazione
della Francia repubblicana, impose una ingente taglia
allo Stato pontificio. Quotidianamente erano diramati
proclami di confisca di beni che andavano a rimpinguare
le casse dei francesi, tra cui un decreto del Comando
di piazza che ordinava di «fondere quante casse
di piombo venisse fatto di rinvenire, sperperando
magari sacrilegamente le ossa degli estinti, per far
palle e seminare di morti l’Europa».
L’episodio, cui assistette il pittore Vincenzo
Camuccini (lo stesso pittore che, ricorda Corrado
Ricci, aveva riordinato la galleria del principe don
Francesco Barberini, dove era conservato il presunto
ritratto di Beatrice Cenci attribuito a Guido Reni)
è ricordato nel libro di Gustavo Brigante Colonna
e Emilio Chiorandi “Il processo Cenci”
(Mondadori editore, 1934).
Camuccini, all’epoca venticinquenne, in una
mattina del 1798 si trovava nella Chiesa di San Pietro
in Montorio per effettuare il restauro della Trasfigurazione
di Raffaello posto sull’abside (ora il dipinto
è alla Pinacoteca Vaticana). Intento a eseguire
il delicato restauro, in piedi sull’impalcatura,
a un certo punto Camuccini vede entrare nella navata
un gruppo di soldati, capitanati da uno scultore dell’Accademia
di Francia che il pittore definisce «un repubblicano
di quegli arrabbiati della montagna». I soldati
sono armati di paletti e attrezzi da lavoro e in breve
cominciano tumultuosamente a sollevare le lastre di
marmo dei sepolcri distribuiti sul pavimento della
Chiesa, spaccando e scoperchiando tutti i feretri.
Camuccini, dall’alto dell’impalcatura,
assiste con raccapriccio alla lugubre scena, quando
le mani sacrileghe aprono il sepolcro di Beatrice
Cenci, che ancora conservava lo scheletro coperto
da un velo nero, accanto il teschio che «spiccato,
si trovava accanto, deposto in un vassoio d’argento
e coperto anch’esso da un velo nero, che, al
toccarlo, si disciolse in polvere». Il vassoio
d’argento sparisce. Camuccini, sconvolto, si
precipita giù dall’impalcatura e tenta
di fermare gli invasori, ma il suo tentativo di impedire
l’ultimo atto sacrilego è vanificato
dallo scultore francese che, ricorda Camuccini «per
far dello spirito, rizzò in alto quel teschio
e, ballottolandolo per le mani, seco il menavalo».
Tornando alle vicende dei Cenci, è curioso
osservare come i due boia che avevano eseguito le
condanne di Beatrice e Giacomo Cenci e di Lucrezia
Petroni - Mastro Alessandro Bracca e Mastro Peppe
- conclusero tragicamente i loro giorni: il primo
morì tredici giorni dopo il supplizio dei Cenci,
oppresso da incubi notturni per il rimorso di avere
inflitto i feroci tormenti ai rei e, in particolare,
per l’attanagliamento di Giacomo Cenci; il secondo
morì accoltellato un mese dopo a Porta Castello,
nei pressi del luogo dell’esecuzione di Beatrice.
La
spada dell’esecuzione
Spada
di giustizia risalente al XVI secolo, conservata al
museo Criminologico di Roma (www.museocriminologico.it),
rinvenuta nel greto del Tevere, durante i lavori di
scavo eseguiti nell’ultimo decennio dell’Ottocento
per l’incanalamento del fiume, nel punto in
cui si ergeva il palco delle esecuzioni capitali e
da cui si accedeva ai magazzini che custodivano gli
“attrezzi” del mestiere del boia.
Quasi sicuramente si tratta della spada con cui furono
decapitate Beatrice Cenci e Lucrezia Petroni. La lama
della spada è lunga cm 101 e larga cm 5 nella
sommità e cm 7 verso la base. L’impugnatura
è in legno e misura cm 39.
Provenienza: Roma, Museo di Palazzo Venezia, 1934
«Ed
ecco Lucrezia, trasportata a braccia. Il carnefice
Alessandro Bracca, che enorme, impassibile, attende
presso il ceppo, ha alzato a due mani lo spadone poggiandolo
su la propria spalla destra. Quello spadone esiste
ancora. Due stampe del tempo di Pio IV, a firma Du
Perrac e di Claudio Duchetti, rappresentano Castel
Sant’Angelo col ponte e la piazza (...) e l’una
e l’altra mostrano, sul lato della statua di
San Paolo ma un po’ discosto da essa, il recinto
sul quale veniva eretto il palco del supplizio (...).
Ebbene, durante i lavori di scavo eseguiti meno di
quarant’anni or sono per l’incanalamento
del Tevere, nel punto preciso ove si ergeva codesto
edifizio d’infausta memoria, venne alla luce
“una spada di giustizia” cinquecentesca.
È essa costituita d’una assai larga e
sottile lama dalla punta arrotondata, la quale misura
in lunghezza di m 1,01, ed è larga 5 centimetri
al sommo e 7 e mezzo verso la base. Questa s’innesta
ad una rustica impugnatura non dissimile da un grosso
bastone lungo 39 centimetri. Sotto il fendente di
tale lama caddero, probabilmente, le teste di Beatrice
e di Lucrezia». (G.B. Colonna, E. Chiorando,
Il processo Cenci, 1934)
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