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La seconda sede: le prigioni del palazzo del Gonfalone
Nel 1975 il museo, che cambierà la denominazione da Museo Criminale a Museo Criminologico, fu allestito nel Palazzo del Gonfalone, edificio risalente al 1827, fatto costruire da papa Leone XII per destinarlo a casa di correzione dei giovani minorenni trasferiti dal carcere clementino collocato presso l'ospizio apostolico di San Michele. (Morichini, 1870)
La casa di correzione, data in gestione all'Arciconfraternita della Carità, aveva accolto due categorie di soggetti: i minori di vent'anni accusati di delitti e i cosiddetti discoli, ragazzi, cioè, particolarmente vivaci, spediti in quel luogo da genitori o tutori per fini "educativi", che ottenevano il permesso dal papa in cambio del pagamento degli alimenti. L'edificio era composto da tre piani e disponeva di quaranta celle. Al piano terra era situato il refettorio, la cappella, un deposito per la lana, le vasche, un passaggio coperto e un cortile dove, a gruppi di otto, agli ospiti era concesso di trascorrere pochi minuti all'aperto, gli unici momenti in cui i prigionieri potevano parlare. Il primo piano ospitava un ampio salone, che riceveva luce da due grandi finestroni posti sui due lati, utilizzato per la filatura della lana, unica attività svolta dai giovani per conto dell'ospizio del San Michele e due stanze per i deputati della Carità. Il cappellano, incaricato di dire messa e di insegnare ai giovani "altresì nel ben vivere", ricopriva la carica di direttore e, insieme all'infermiere e ai custodi, alloggiava nell'edificio. Così Morichini descrive il severo arredamento dei cubicoli che ospitavano i giovani: «Dormivano la notte i prigionieri chiusi nelle lor celle sopra un pagliericcio con coltri di lana, ch'era collocato sopra un piano di mattoni a foggia di letto, che levavasi da terra. Le celle non avean mobilia di sorta, tranne una mensola confitta alle pareti. Un finestrino c'era fatto in mezzo all'uscio e si apriva dal corridoio esterno, facea che il cappellano e i custodi potessero vedere il prigioniero. Le finestre esterne, munite d'inferriata e piuttosto piccole, eran locate sì alte da non potervisi giungere colla persona. A mezza notte tutti i custodi faceano una generale visita alle celle. Fatto giorno n'escivano i giovani e andavano nella cappella ad ascoltare la messa. Ricevevano poi un pane per colezione e, nettato il tutto, eran condotti al lavorìo. Qui era perpetuo il silenzio; due custodi eran sempre presenti e bene spesso anche il cappellano». (Morichini, op. cit.: 716)
Non vi erano differenze tra i condannati e i discoli nel ricevere il vitto e nell'obbligo del lavoro, tranne che i primi dovevano restare nella casa di correzione per l'intera durata della pena, mentre i secondi per il tempo stabilito su richiesta dei parenti. I condannati, che compivano i ventuno anni e non avevano finito di scontare la pena, completavano l'espiazione della pena nei bagni
penali o in case di detenzione con la conseguenza che «per tal modo si perdeva tutto il bene acquistato nella correzione; quando poco mancasse a compier la pena e si scorgesse nel giovane un verace emendamento, procuravasi piuttosto d'ottenergli la liberazione». (Morichini, op. cit.: 719)
La limitata capienza delle quaranta celle, che costringeva le autorità della prigione a inviare i giovani nelle attigue Carceri Nuove, indusse il pontefice Pio IX a cercare un nuovo edificio per trasferirvi la prigione minorile, cosicché il carcere leonino fu abbandonato e nel 1854 i prigionieri trasferiti a S. Balbina, capace di centocinquanta posti.
Rimasto inutilizzato per alcuni anni, l'edificio di via del Gonfalone fu quindi destinato a sede dell'Archivio centrale di Stato per essere, infine, acquisito dall'Amministrazione
Penitenziaria nel 1967. I lavori per adattare l'edificio a sede del museo iniziarono nel 1972. Il Museo fu riaperto nel 1975.
Nel nuovo allestimento fu mantenuto l'ordine della suddivisione dei reperti per corpi di reato, strumenti di tortura e d'esecuzione capitale, indagini di Polizia
scientifica. Il Museo, rinnovato sul versante delle tecniche espositive, aveva però subìto rilevanti perdite di reperti, andati dispersi o danneggiati per la lunga permanenza nei depositi.
La difficile situazione d'ordine pubblico di quegli anni indusse l'Amministrazione Penitenziaria a limitare l'accesso al museo solo ai visitatori autorizzati, condizione che, unita ad un interesse sempre meno evidente per la conservazione della memoria storica dell'Amministrazione delle carceri, determinò un graduale abbandono del Museo Criminologico.
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