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Il caso Trigorna Paternò
OMICIDA: Vincenzò Paternò
VITTIMA: Giulia Trigona, contessa di Sant'Elia
LUOGO E DATA: Roma, 2 marzo 1912
CORPI DI REATO: pugnale da caccia, ciocca di capelli e forcine della vittima, straccio insanguinato, scatola di fiammiferi
PROVENIENZA: Roma, Istituto di Medicina legale, 1934
Nella tarda mattinata del 2 marzo 1911, la contessa Giulia Trigona di Sant'Elia, 29 anni, moglie del conte Romualdo Trigona di Sant'Elia, madre di due bambine, dama di corte della regina Elena, muore per mano del suo amante, il tenente di cavalleria barone Vincenzo Paternò, in una stanza del modesto hotel Rebecchino di Roma. La relazione tra i due era iniziata l'11 agosto 1909, ma dopo circa due anni di passione, appuntamenti furtivi e pettegolezzi, lo scandalo stava ormai per travolgere le famiglie. Fu così che Giulia Trigona decise di troncare la relazione, contro il volere del suo amante. La mattina del 2 marzo, Paternò, in procinto di partire per Napoli a seguito del suo reggimento, chiese a Giulia un ultimo appuntamento. La donna, seppure a malincuore, acconsentì. L'incontro fu fissato alle ore 12 all'hotel Rebecchino, luogo consueto per i loro appuntamenti segreti. Lungo la strada che lo conduceva all'appuntamento, Paternò acquistò un coltello da caccia grossa. Alle 12 in punto giunse al Rebecchino e chiese una camera matrimoniale dove poco dopo Giulia lo raggiunse. Dopo circa un quarto d'ora una cameriera che passava nel corridoio, attratta dalle grida soffocate che giungevano dalla camera numero 8, spiò dal buco della serratura e vide la seguente scena: l'uomo brandisce un coltello e ripetutamente colpisce la donna, poi afferra una pistola e si spara nella regione dell'orecchio destro. All'arrivo della polizia ecco come si presentava la scena del delitto: sul letto imbrattato di sangue giaceva il corpo senza vita della donna, poco più in là c'era l'uomo col viso sfigurato. La rivoltella era sul pavimento. Vincenzo Paternò, soccorso immediatamente, si salvò. Accusato di omicidio premeditato, nel corso dell'istruttoria il difensore di Paternò invocò la semi-infermità di mente per il suo assistito e chiese di sottoporlo a perizia mentale. Il 24 ottobre 1911 Vincenzo Paternò fu inviato in osservazione presso il manicomio giudiziario di Aversa, affidato al prof. Filippo Saporito. Il risultato della perizia, però, smentì la tesi della difesa e Paternò fu ritratto da Saporito come un volgare simulatore. Riconosciuto sano di mente, l'imputato fu trasferito nel carcere di Roma "Regina Coeli". Il processo si aprì il 17 maggio 1912 presso Corte d'Assise di Roma. Le figlie della vittima si costituirono parte civile. La Corte, non credendo alla volontà suicida dell'imputato, condannò Vincenzo Paternò alla pena dell'ergastolo. Il verdetto fu pronunciato la sera del 28 giugno 1912. Nel 1942, a 62 anni Paternò ricevette la grazia. Riacquistata la libertà si sposò ed ebbe un figlio. Morì nel 1949.