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Dall'alto in basso:
Pistola automatica, "Beretta", 1915, cal. 9 steyr

Pistola automatica, "Steyr", mod. 1912, cal. 9 steyr

Rivoltella da tasca cal. 7,65

Il caso Vizzardelli

OMICIDA: William Vizzardelli
VITTIME: don Belardinelli, don Andrea Bruno, Livio Delfini, Bruno Veneziani, Giuseppe Bernardini
LUOGO E DATA: Sarzana, dal 4 gennaio 1937 al 29 dicembre 1938
CORPI DI REATO: due scuri, una rivoltella, due pistole
PROVENIENZA: Genova, Tribunale per i minorenni, 1949

William Vizzardelli, figlio del direttore dell'Ufficio del Registro di Sarzana, aveva 14 anni quando commise il primo omicidio. Il 4 gennaio 1937 massacrò a colpi di scure don Belardinelli, direttore del collegio Casa delle Missioni, dove il ragazzo frequentava la scuola di avviamento. Movente del delitto la vendetta per aver ricevuto uno schiaffo dal religioso. La seconda vittima fu il portinaio del collegio, don Andrea Bruno, testimone involontario. La terza e quarta vittima furono Livio Delfini e Bruno Veneziani, i cui corpi furono rinvenuti in campagna la mattina del 20 agosto 1938. I due erano stati uccisi con due pistole diverse: una calibro 9 e una calibro 7,65. Il movente: Delfini, conoscendo il segreto di Vizzardelli, lo ricattava. Veneziani era lì per caso, come autista di Delfini.

La quinta vittima di Vizzardelli fu il guardiano dell'Ufficio del Registro, Giuseppe Bernardini ucciso a colpi di scure il 29 dicembre 1938. Il manico della scure era imbrattato da una sostanza zuccherina. Dalla cassaforte dell'ufficio, aperta senza segni di effrazioni, mancava la somma di 12.949 lire e 35 centesimi.

Gli inquirenti convocarono il direttore dell'Ufficio del Registro, dottor Guido Vizzardelli, padre di William, che la sera prima aveva denunciato ai carabinieri la scomparsa del figlio sedicenne, poi ritirata dopo che il ragazzo aveva fatto rientro a casa in tarda notte. William, che tempo prima aveva mostrato ai compagni una scure del tipo di quella lasciata sul posto dell'ultimo delitto e di quella utilizzata anche per gli omicidi del collegio, divenne il sospettato numero uno. A incastrarlo furono le chiavi insanguinate della cassaforte trovate nelle sue tasche. Sottoposto a stringente interrogatorio, il giovane confessò, con impressionante freddezza, tutti i suoi delitti.

Il processo si aprì a Genova il 19 settembre 1940. Giudicato colpevole dei cinque delitti e capace di intendere e di volere, a salvarlo dalla pena di morte fu la sua giovane età. Il 23 settembre successivo fu condannato all'ergastolo, condanna confermata in appello con sentenza del gennaio 1941.

Rimase in carcere fino al 29 luglio 1968, quando ottenne la grazia dal presidente Saragat. La sera dell'11 agosto 1973, al compimento dei 51 anni, si lasciò morire dissanguato per dei tagli procuratisi a un braccio e alla gola.
 
 

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